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I bambini delle daara

Se penso all’Africa non penso ai leoni, alle giraffe, ai ghepardi, agli gnu….

Se penso all’Africa io penso ai bambini. Perché questo luogo è un meraviglioso covo di bambini. Bambini che sanno poco o nulla di quello che succede al di fuori del continente nero.

C’è un Paese che ho visto, il Senegal, dove i bambini sono belli, bellissimi. Vivono in pace, hanno sempre il sorriso in bocca e non hanno nulla con cui giocare se non qualche cerchio arrugginito di biciclette sgangherate, qualche giocattolo rotto che viene dall’Europa.

Mangiano sempre le stesse cose, vedono sempre le stesse cose…una spiaggia, le capre, una strada polverosa, dei vecchi calcio balilla semi-distrutti o qualche pallone  di pezza con cui passano tanto tempo di gioco. I meno sfortunati vedono ed hanno tutto questo, un “nulla” che li rende felici. Quando regali loro una semplice penna da 20 centesimi impazziscono di gioia. Hanno tutti voglia di imparare, vorrebbero studiare ma non possono, non sanno come fare. Ti chiedono di leggere le scritte sulle maglie da giocatore, sulle felpe logore che vengono dalle associazioni umanitarie e che non cambiano da anni, su un pezzo di carta trovato a terra. E sorridono, ti chiedono ancora perché questo li rende felici, hanno imparato qualcosa di nuovo e possono ripeterlo, possono dirlo agli amici.

E poi ci sono i figli di nessuno, i più sfortunati, i talibè.

Loro non hanno nessuno, sono stati abbandonati per sempre e fin da piccolissimi nella Daara, la scuola coranica dove vivono con e per  una specie di padrone. Per lui, non appena sono in grado di camminare e capire, chiedono l’elemosina in giro “armati” di un secchiello giallo che li contraddistingue. Per lui devono tornare a casa con soldi o col cibo, perchè in cambio lui li ospita un una stanza, quando va bene, con qualche materasso, un tetto, delle mura da dividere spesso con le sue capre. Quando va male ci sono solo le mura. E soprattutto lui insegna loro il corano, i bambini ogni giorno devono scriverlo sulle tavole di legno, ripeterlo a memoria, poi cancellare la tavola e riscriverne ancora un altro passo.

La daara si riempie di un brusio, come quello delle api, un suono continuo che quasi ipnotizza. Stanno tutti seduti a terra intorno al Marabout, colui che li fa mangiare, insegna loro il corano, li fa dormire tra quattro mura, in cambio del loro mendicare per le strade. Solo se porti qualcosa da mangiare e soprattutto soldi allora sarai un buon talibè. Se questo non sai o non riesci a farlo… sono guai. Dimenticavo…i talibè sono solo maschietti, le bambine sono più fortunate, perchè difficilmente vengono abbandonate. Le uniche bambine nella daara, sono le figlie del Marabout che vivono con lui, in un luogo più sicuro e confortevole.

C’è gente che porta sorrisi in questi posti, per fortuna. C’è chi porta il dialogo, chi prova a rendere migliore la vita di questi bimbi più sfortunati. Ognuno di noi può farlo, stando con loro, condividendo con loro un sorriso, un abbraccio o ciò che sa fare meglio…

Questi bimbi ora hanno una piccola sala nella daara dove possono imparare qualcosa da un maestro che va lì una volta o due alla settimana. In un centro di accoglienza e formazione, i cui volontari fanno il giro delle daara per prelevarli, i bambini possono essere curati una volta alla settimana, possono giocare con i bambini meno sfortunati e mangiare con loro una volta alla settimana.

E se questo accade è perchè qualcuno vuole loro del bene, qualcuno che non vuole che la loro vita si fermi a vent’anni, che conoscano qualcosa che vada oltre l’elemosina, le quattro mura coi caproni e il corano.

Andare in Africa una volta significa non dimenticarla mai più, tornare dall’Africa significa capire quanto noi siamo poveri e quanto loro siano ricchi… perché noi non saremo mai felici con una bic.

Luogo di scatto

Senegal

Date

07/10/2013

Category

Photography

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