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Finalmente in missione!

Il 18 ottobre scorso inizia l’attesissima missione di Joy for Children dopo quasi due anni di assenza forzata.

Partiamo in 8, alcuni da Milano, altri da Roma, diretti a Istanbul, ciascuno con il suo carico di abiti, giocattoli, mascherine, spazzolini, dentifrici ed immensa eccitazione al pensiero di rivedere i bambini al confine turco-siriano. A Istanbul, purtroppo, uno dei nostri volontari viene bloccato dalla polizia per un problema burocratico e, dopo una notte di attese e controlli, deve rinunciare alla missione e rientrare in Italia. Il gruppo, dunque, arriva a Gaziantep e infine a Kilis, e man mano che le luci della città diventano più vicine, il batticuore raggiunge livelli altissimi.

Dal giorno successivo entriamo letteralmente in un vortice che alterna felicità e pietà lasciandoci spesso senza fiato e parole. Sentirci chiamare per nome dai nostri bambini siriani cancella in un istante tutte le tribolazioni della “vita normale” e i buoni propositi (“non abbracciare nessuno, mantieni le distanze”) si sciolgono sotto il sole dell’eterna estate mediorientale. In 4 giorni visitiamo 30 famiglie tra le più povere, ognuna con almeno 6 figli, di cui troppo spesso almeno uno è malato o disabile, portando in tutte le case buoni spesa validi per 3 mesi di cibo e carbone in quantità sufficiente per riscaldarsi nella prossima stagione fredda. Visitiamo la “Casa della Speranza“, il ricovero a pochi passi dal confine dove i siriani si fermano in attesa di cure. Lo strazio di questo luogo è devastante, non solo per la estrema modestia della struttura, ai limiti della povertà, ma per la presenza di bambini completamente abbandonati alla loro sorte sciagurata di essere siriani e quindi sacrificabili sull’altare di una guerra che miete vittime anche quando sembra finita. Compriamo biancheria e ciabatte calde per tutti gli ospiti del ricovero e nuovi pigiami e giubbotti per i bambini, ma ci attiviamo anche per cercare di risolvere i loro casi clinici, in particolare quello di Eye, una ragazzina di 14 anni che con la dignità di una santa ci dice di avere un tumore al midollo, e che sì, parla anche qualche parola di inglese. Pare assurdo a noi, occidentali abituati a lamentarci di tutto, addirittura delle nostre stesse libertà, credere che si possa stare fermi in un letto ad aspettare la morte senza la consolazione di medicine e di assistenza, eppure conservando la forza di accennare un sorriso.

La disperazione viene accompagnata dalla voglia di rimboccarsi le maniche e iniziano le chiamate internazionali per riuscire a risolvere il caso di Eye. Ci attiviamo subito anche per gli altri bambini feriti, come Rhama di 9 anni che rischia l’amputazione dei piedi per una infezione causata da una bomba al fosforo bianco, oppure Jamal di 15 anni che mentre lavorava in un campo ha raccolto un ordigno che gli ha fatto perdere le mani e un occhio, o ancora come Shaham di 6 anni che è stata abbandonata dalla mamma perché malformata. In ogni casa, oltre alla sofferenza dell’esilio, bisogna fare i conti con una tragedia che si è trascinata oltre il confine insieme alle poche cose rimaste del passato. Il dolore ci travolge, ci annichilisce e ci frantuma l’anima, ma ci spinge a fare subito tutto il possibile per alleggerire almeno un po’ il cuore di questi piccoli malati. Infine, dopo la festa a scuola organizzata dal mitico Maestro Alì con i saporitissimi piatti tradizionali cucinati in nostro onore dalle studentesse più grandi del corso di EnJoy English, torniamo a preparare i bagagli in cui ogni volta vorremmo infilare un orfano o un bambino malato anziché saponi di Aleppo o spezie. Anche per questo motivo i prodotti solidali portati dal confine sono per noi più preziosi di un tesoro, sia perché giungono da un luogo a noi caro, sia perché rappresentano simbolicamente quei piccoli quei piccoli lasciati, nostro malgrado, a vivere in condizioni inaccettabili e solo grazie alle donazioni possiamo fare del nostro meglio per offrire almeno una briciola di benessere.

Sono tanti gli amici che abbiamo portato nel cuore in questa missione e a cui abbiamo pensato ogni volta che stringevamo una bambina o un bambino di Kilis. A ciascuno di loro è andato e va il nostro ringraziamento più affettuoso, anche per gli spazzolini donati a 60 bambini e i tablet acquistati per le maestre Nadia e Rim. Un pensiero speciale va al gruppo Famiglia Ginepro e all’Associazione Mano Tesa ODV con i quali si è stabilita una fortissima connessione e che ringraziamo infinitamente per avere reso questo viaggio indimenticabile, sia per le esperienze vissute insieme, sia per l’incredibile sinergia che si è stabilita.

Noi siamo sempre più squadra, e i bambini di Kilis sono sempre meno soli!

Grazie a tutti voi.

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