Joy For Children | Progetti
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I nostri progetti

Joy for children è un’associazione giovanissima  e per questo molto motivata grazie ai soci e ai volontari che hanno sposato appieno le sue cause. Abbiamo in studio numerosi progetti e missioni che partiranno a breve in luoghi in cui intendiamo operare, ovvero Turchia (al confine siriano) e Africa per dirne due.

 

La prima missione al confine turco-siriano è stata effettuata a fine gennaio ed aveva lo scopo di intrecciare nuove relazioni, portare un po’ di gioia ai bimbi con un carico di giochi e peluche e l’acquisto di abbigliamento in loco per proteggere i bambini dai mesi invernali.

L’intento era visitare due varchi per la Siria: Kilis, per avviare un centro di formazione per ragazzi per fornire loro una motivazione di vita, un mestiere, la cultura, il senso dell’arte; successivamente Reihanli per far partire una collaborazione con l’ospedale del luogo per supportare le famiglie dei bambini che vengono operati e che non possono mantenersi per stare accanto ai loro piccoli.

 

La seconda missione è stata effettuata a fine aprile 2018 e ci ha visti impegnati a Kilis per stabilire importanti rapporti ed aprire una collaborazione con una associazione di siriani della città. Siamo stati accolti benissimo ed abbiamo iniziato subito il nostro percorso per il progetto più importante, il Centro di Formazione con la sezione per disabili.

Nelle News il racconto della Seconda Missione (Clicca qui)

E’ possibile chiedere informazioni per divenire volontari e lavorare con noi.

 

 

I progetti di Joy

 

Una zona a noi molto cara, come già accennato,  è il confine turco-siriano, dove da 7 anni vivono migliaia di rifugiati sfuggiti agli orrori della guerra in Siria. Qui moltissimi sono i bambini e i disabili, un dramma senza fine di cui ci occupiamo da tempo.

Condividendo appieno i dati e le considerazioni dell’UNHCR, riteniamo che sia più corretto, proficuo ed umanamente sostenibile ed urgente un aiuto morale, culturale, piuttosto che materiale per questa popolazione che da anni non vede alcuna speranza nel futuro e riceve sostegno per lo più dalle missioni umanitarie di svariate associazioni nazionali ed internazionali che sopperiscono fondamentalmente ai bisogni di  prima necessità di questa gente, quindi per lo più con carattere di emergenza.

Riteniamo sia giunto quindi il momento di considerare “emergenza” anche un tipo di sostegno a più lungo termine, come il futuro dei bambini e dei giovani ai quali rivolgiamo le nostre attenzioni.

A Kilis abbiamo iniziato  lavori per avviare un Centro di Formazione per ragazzi (Arts&Culture Center for Children) attraverso cui fornire loro una motivazione di vita, un mestiere, la cultura, il senso dell’arte ma, più di ogni altra cosa, una SPERANZA.

Grazie alla collaborazione con Salaheddini Eyyubi, associazione turco-siriana con sede a Kilis, abbiamo adottato anche un  progetto comune come un asilo che ospita 60 bambini di cui molti orfani di un genitore. L’asilo verrà ampliato ed inglobato nel nostro progetto del Centro di Formazione.

Altro programma è quello del supporto per bambini che necessitano di assistenza o protesi e l>avviamento di corsi professionali tenuti da volontari professionisti per contribuire al  completamento  degli studi e della formazione di studenti o medici che non hanno potuto terminare il loro percorso formativo a causa del conflitto.

Integrata nelle attività del Centro, contiamo di avviare al più presto anche una sezione dedicata ai disabili (Kilis relief and happiness center –  KRHC) La presenza dei disabili tra la popolazione dei rifugiati siriani é tristemente alta a causa del fatto che sono ammessi i rapporti tra consanguinei anche di 1^ grado. Nei nostri incontri che da anni abbiamo con le famiglie indigenti di Kilis, troppo spesso ci imbattiamo in situazioni sconcertanti di bambini affetti da disabilità di vario tipo che vivono a volte anche in evidente stato di solitudine all’interno delle loro case, privi di qualsiasi sostegno e calore umano. Appare quindi essenziale iniziare un percorso terapeutico, forse il primo in assoluto che si tenta gente tra questa popolazione, a favore di questi bambini totalmente dimenticati

Con l’ausilio di personale volontario specializzato nelle terapie pisco-motorie e di attrezzature per riabilitazione fisica potremo condurre interventi mirati per ridare speranza di una migliore vita anche a questi bambini dimenticati e doppiamente sfortunati.

 

La prima missione di Joy: ecco come è andata!

(visita la gallery)

La prima missione di Joy for Children, tanto attesa dai soci e da chi sta credendo in noi, è finalmente stata portata a compimento. Abbiamo voluto aspettare il rientro in Italia per scrivere il nostro report. Non cerchiamo sensazionalismi, crediamo sia sufficiente rendere conto della nostra opera ai nostri sostenitori con una semplice nota su quanto fatto in quella terra per quella gente, senza cercare necessariamente applausi o attestazioni di merito.
Sono stati giorni intensi, lunghi, faticosi, ma pieni di grandi soddisfazioni che fanno sperare positivamente per la gente che vogliamo aiutare.
Chi sta cominciando a conoscerci sa che ci occupiamo di bambini, direttamente e indirettamente, in particolare oggi la nostra attenzione è rivolta al popolo siriano, tanto tormentato, che non ha pace, a questo popolo e ai suoi bambini che non hanno più un’infanzia, come invece ogni bambino dovrebbe avere.

Siamo partiti quindi per la Turchia, che ospita più di tre milioni di rifugiati siriani e dove poco meno della metà sono bambini e ragazzi minorenni. In questi giorni il governo turco bombarda ancora Afrin, città siriana a maggioranza curda, e lo fa perché considera i curdi terroristi, ma negli attacchi dal cielo e da terra cadono come sempre anche civili, bambini compresi. I curdi, dal canto loro, in tutta risposta lanciano da terra colpi di artiglieria che piovono sulle città di confine, facendo qualche vittima tra la gente, ancora una volta bambini compresi.
Non vogliamo commentare la complicata questione curda, non è questa la sede per polemizzare e sprecare ancora parole per una guerra interminabile e che si rinnova, si trasforma, rinasce cambiando forma come un virus che resiste agli attacchi di potenti farmaci. Peccato che di potenti farmaci non se ne vedano proprio da queste parti, né altrove.
Ciò che non manca sono i catalizzatori dell’odio, inestirpabili come le peggiori malattie.
In questi quattro giorni di missione abbiamo portato un po’ di sollievo a famiglie che ne avevano bisogno, in un luogo nuovo per noi. A quelle più numerose abbiamo consegnato pacchi con generi alimentari di uso comune secondo il loro stile di vita, insieme a vestiti e giocattoli. Piccoli gesti perché arrivasse loro un minimo di calore umano.
Tra una consegna e l’altra abbiamo giocato, scherzato con i bimbi, cercando soprattutto di strappare loro un sorriso. Sono creature che conoscono poco del mondo e non immaginano che oltre la guerra e la cattiveria esiste anche la bellezza.
Due giorni di consegne e di incontri a volte estremi, duri da sopportare, considerando che chi rimane offeso lì, rimarrà per sempre così, destinato a sopravvivere anche peggio degli atri sfortunati. Ogni colpo ha una conseguenza odiosa, micidiale e non sempre i segni più tremendi sono visibili. Questo luogo non è diverso da Kilis, oggi irraggiungibile per noi, e ti fa pensare a quanta gente in questa terra rimane ancora abbandonata a se stessa, trasparente agli occhi dell’umanità.

Poi è giunto il tempo di muoversi al confine.
Ad aspettarci Reyhanli e il nostro nobile medico che dirige l’ospedale siriano con quel maledetto muro di cemento e filo spinato alle sue spalle, muro che incombe come il piombo che cade dal cielo azzurro di questi giorni.
Nessuno ci ferma, nel tragitto l’aria diventa rarefatta, anomala… strana. La paura tace dentro ognuno di noi nascosta da battute stupide. I colpi di artiglieria pesante continuano a cadere anche adesso sulle case non lontano da qui, ma noi ne siamo all’oscuro.
Il sole splende, pensiamo che la guerra non sia possibile nelle belle giornate, incrociamo per strada sempre meno automobili e immaginiamo che la gente si chieda preoccupata dove stiamo andando.
La Siria è lì, di fronte a noi, sulle colline che sormontano quel muro spinato che si snoda e che ci ritroviamo sempre davanti. I soldati non ci fermano e finalmente entriamo a Reyhanli. Guardiamo la mappa sul telefono e “Dio mio…” penso, siamo tremendamente vicini, solo qualche centinaio di metri da quel suolo siriano che in fondo è lo stesso di quello turco… e consideriamo amaramente che quel limite, in fondo, siamo noi. Nessuno ci ha voluti divisi.
È l’uomo stesso che crea confini, l’uomo pone limiti ai suoi stessi fratelli.
Uno sparo interrompe la nostra fragile calma, non sappiamo cosa fosse, ci guardiamo negli occhi tacendo e proseguiamo come non avessimo sentito nulla.
Arriviamo all’ingresso dove ci accoglie il nostro dottore. È come essere a casa, ci avvolge una piacevole sensazione. Nabil è un chirurgo in pensione che dirige l’ospedale di container in cui vengono assistiti i siriani offesi dalla guerra. Qui si tenta di ridare la pace a chi non la trova, si ricostruiscono vite e corpi smembrati, saltati sui barili-bomba o sulle mine, perforati da schegge maledette. Occhi, nasi, orecchie, pezzetti di ossa nuovi per visi di bambini e adulti resi anonimi da un destino bastardo.
Decidiamo di aiutarlo, serve tanto e siamo pronti.
Una bella intervista, un incontro amabile e cordiale, Nabil sembra un papà buono, uno che abbracceresti senza motivo. Prendiamo appunti, filmiamo, siamo felici. Ma ci giunge notizia di un altro colpo mortale sulla città, pensiamo, tacciamo ancora una volta indignati e sconcertati.
Dovevamo stare poco a Reyhanli e così è stato. Antiochia, in passato “di Siria”, ci aspetta perché l’indomani si partirà all’alba per tornare a casa.
La serata volge al termine, la tv nazionale mostra con orgoglio i continui attacchi dei turchi su Afrin e sulle postazioni dei “terroristi” curdi, gli stessi che hanno scacciato lo Stato Islamico da Raqqa. Non sappiamo che pensare se non che la guerra è una merda e che non se ne può più.
Andiamo avanti, torniamo per ricominciare a sperare e ad agire perchè tutto appaia più normale a questa gente dimenticata, a questi bambini che subiscono l’indifferenza dei potenti, e non solo.
Noi siamo Joy e iniziamo da qui.

Grazie a Marco Severa e ai soci e ai volontari di Joy, ad Angelo Zambuto, a quanti hanno donato fondi, vestiti e giochi per questa missione, grazie agli amici di Palestrina e dintorni, grazie infine ad un amico speciale senza il quale tutto questo sarebbe stato forse impossibile.

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